8) Test di chelazione o di provocazione

[nivo source=”current-post” ]La mancata evidenza di metalli pesanti nei fluidi, secreti ed escreti biologici non significa l’assenza nell’organismo. E’ noto infatti come “effetto paradosso” il fatto che, pur in presenza di storia clinica positiva per intossicazione da metalli pesanti, questi ultimi non appaiono alle ricerche laboratoristiche di routine. Il sequestro tissutale dei metalli tossici, mercurio in particolare, può essere rivelato e rilevato solo dopo test di provocazione attraverso sostanze cosiddette “chelanti” in grado di mobilizzare i metalli pesanti dalla sostanza fondamentale: in particolare EDTA (acido etilen-diamino tetracetico) e DMPS (acido 2,3 dimercapto-1-propansolfonico), più specifico per il mercurio, di cui aumenta la solubilità e il trasporto dai depositi tessutali. Il prelievo dei fluidi biologici, prima della somministrazione del chelante e nelle 3/6 ore successive, consente di valutare, praticamente sempre e molto spesso in misura considerevole, un incremento dei valori dei metalli ricercati, a conferma che questi sono semplicemente intrappolati negli spazi inter- e intracellulari, arena dove avvengono le alterazioni subdole e croniche a livello del metabolismo delle cellule, dell’attività enzimatica e della respirazione cellulare. Il picco di mercurio escreto dà informazioni sia sull’entità presente nei tessuti che sul processo di detossificazione in quanto consente di monitorarlo nel tempo, confrontando i livelli basali e quelli stimolati.